Il male maggiore della disoccupazione non è la perdita di quella ricchezza materiale che potremmo avere in più in regime di piena occupazione. Vi sono due mali maggiori: il primo che la disoccupazione fa sembrare agli uomini di essere inutili, indesiderabili, senza patria; il secondo, che la disoccupazione fa vivere gli uomini nel timore e che dal timore scaturisce l’odio.
Fin tanto che la disoccupazione cronica di massa sembrerà possibile, ogni uomo apparirà come nemico dei suoi compagni nella lotta per avere un posto. (…) Da questa lotta sono favorite molte manifestazioni ancora più spiacevoli: l’odio contro gli stranieri, l’odio contro gli ebrei, l’inimicizia fra i sessi. Il mancato impiego delle nostre forze produttive è la fonte di una serie interminabile di mali. Quando questo mancato impiego sarà stato eliminato, sarà aperta la via a un progresso concorde senza la pauraWilliam Beveridge
C’è un grave problema, ossia la questione dell’esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. (…) Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, «Bread and Roses». Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.
Ken Loach
Sul rifiuto del premio assegnato dal Torino Film Festival: le motivazioni
“Avete una responsabilità storica, non votate l’abrogazione dell’art.18″. Appello dei giuristi democratici ai parlamentari del Pd
Le Camere si accingono a discutere un disegno di legge di riforma del mercato del lavoro che viene propagandata come inevitabile, e viene giustificata con il fatto che ad oggi in Italia un imprenditore in gravi difficoltà economiche non possa ridurre il proprio personale. Quali deputati e senatori del Pd, saprete sicuramente che quanto sopra non corrisponde a verità, in quanto il nostro ordinamento prevede espressamente la possibilità di licenziare per motivi economici, essendo previsto il licenziamento per giustificato motivo oggettivo (fino a 5 dipendenti) o collettivo (oltre i 5 dipendenti) e che la stessa Ocse pone l’Italia al di sotto della media europea per quanto attiene agli indici della rigidità in uscita.
La nuova formulazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori non introduce alcuna nuova causa di licenziamento, ma incide solo sul trattamento sanzionatorio dei licenziamenti illegittimi, quelli senza giusta causa e giustificato motivo, stabilendo tetti massimi (irrisori) ai risarcimenti che vanno dai 6 mesi (paradossalmente per la violazione più palese, il licenziamento privo di motivazione), fino a 24 mesi.
La reintegrazione viene di fatto abolita, sia per il licenziamento (strumentalmente definito) disciplinare, dove rimane limitata a casi marginali, che per il licenziamento (strumentalmente definito) economico - nel quale il reintegro previsto sulla carta è del tutto impraticabile - così come per i licenziamenti collettivi illegittimi, aprendo la strada ad espulsioni di massa di forza lavoro (la Cgia di Mestre quantifica in 60 mila i posti che andranno persi nei primi 10 mesi di applicazione: 2 mila licenziamenti al giorno). L’attuale art.18 è una norma a costo zero per il datore di lavoro corretto, in quanto interviene solo nei confronti di chi non rispetta la legge.
Questa riforma non ha alcuna attinenza con il rilancio dell’economia, come attestano tutti gli studi sul punto e come ha più volte affermato lo stesso Pierluigi Bersani. È una riforma, quindi, che nasce solo per primeggiare in Europa nella gara a chi si conforma prima e di più alle previsioni del Patto Euro Plus firmato il 25 marzo 2011 dal governo Berlusconi (poi divenuto Fiscal Compact lo scorso 2 marzo 2012), ovverosia proprio quell’accordo contro cui Hollande ha vittoriosamente impostato la propria campagna elettorale, e su cui la socialdemocrazia tedesca ha già annunciato che, senza sostanziali modifiche in termini di diritti sociali, non darà la propria approvazione parlamentare.
Per questo scriviamo ai parlamentari del Pd, convinti come siamo che la consonanza con le altre famiglie riformiste europee possa consentirvi di comprendere ed apprezzare il profondissimo errore di aderire acriticamente a un testo che toglie l’ultimo architrave del diritto del lavoro che l’opinione pubblica e la lotta di milioni di lavoratori avevano salvato dal ventennio berlusconiano.
Se Il Pd approverà questa riforma si assumerà una responsabilità politica storica di fronte a milioni di lavoratrici e lavoratori - che pure ritengono di essere ancora rappresentati dal vostro partito - ponendo una pesantissima ipoteca alla possibilità che l’Italia possa contribuire a delineare un percorso di uscita dalle macerie prodotte dal lungo governo della destra europea, e aprendo così uno scenario che rischia di condurci davvero verso il modello Grecia e non verso Francia o Germania.
Per questo vi chiediamo di non approvare questa legge, che non porterebbe alcun giovamento alle ragioni della buona impresa e alle esigenze dei lavoratori, ma aumenterebbe solo l’illegalità, la precarizzazione e la sottoccupazione generalizzata, la disperazione sociale e la disaffezione alla politica e alla partecipazione.
Associazione Giuristi democratici
(da Il manifesto - 6 giugno 2012)
Demolizione art. 18 - Intervista a Sergio Mattone, ex presidente della sez. Lavoro della Corte di Cassazione
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D: Cominciamo dai licenziamenti di carattere discriminatorio: su quelli non cambierà nulla, è vero?
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R: Esatto: viene confermato l'impianto previsto dall'attuale articolo 18. Se il giudice riconosce che c'è stata una discriminazione, il licenziamento è nullo e scatta il reintegro.
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D: Passiamo a quello disciplinare, perché invece adesso cambia.
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R: Sì, il reintegro scatta solo in tre ipotesi: 1) che il fatto non sussista; 2) che il lavoratore non lo ha commesso; 3) che il fatto è previsto dal contratto collettivo come "illecito che consenta una mera sanzione conservativa", cioè quando è codificato chiaramente nel contratto che debba essere sanzionabile ad esempio con una sospensione di x giorni, e che quindi il licenziamento è evidentemente sproporzionato.
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D: Poniamo però il caso in cui il giudice non ravvisi una di queste tre ipoitesi, ma nel contempo non sia dimostrato il giustificato motivo disciplinare. In questo caso che fa?
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R: Ecco, qui c'è l'elemento di novità: nonostante non vi sia un giustificato motivo, impone l'indennizzo e non il reintegro. L'indennizzo è cioè l'unica sanzione che può disporre, perché il reintegro è possibile imporlo solo nelle tre ipotesi suddette. Credo che queste distinzioni daranno origine a un rilevante contenzioso, perché si apre un campo di distinzioni molto sottili cui tra l'altro credo che i giudici del lavoro oggi non siano abituati.
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D: Passiamo infine al licenziamento di carattere economico. È il caso più complesso ed è anche quello che ha creato più polemiche.
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R: In questo caso la regola per i licenziamenti ingiustificati diventerà il pagamento di una mera indennità, mentre fino a oggi con l'articolo 18 la regola è il reintegro. Bisogna specificare che già oggi è possibile licenziare individualmente per ragioni economiche: quando c'è una crisi, o per la sostituzione di un posto, una esternalizzazione, quando si acquista un macchinario che riduce l'esigenza di personale, o nuove tecnologie. Accanto a questo licenziamento, per inciso, c'è anche quello collettivo, per crisi, ristrutturazione o riconversione, molto mediato dal sindacato, e qui resta tutto immutato. Ma ritornando al licenziamento individuale, nel caso in cui il giudice ravvisi che il motivo economico è giustificato, sia con l'articolo 18 che con la riforma, respinge il ricorso del lavoratore e non impone indennizzi.
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D: Se invece la motivazione economica è illegittima che succede?
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R: Qui c'è la vera novità. L'onere della prova, resta ancora in carico al datore di lavoro: ma se non riesce a giustificare l'esistenza del motivo economico, mentre prima la regola era ordinare il reintegro, adesso il giudice condanna al pagamento di una indennità, da 12 a 24 mesi di stipendio. Dunque non può ordinare il reintegro, anche se la ragione economica non è giustificata.
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D: E il famoso reintegro, allora, quello "rientrato" grazie all'insistenza del Pd e della Cgil, quando scatta?
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R: Solo quando la ragione economica è «manifestamente insussistente», ed è qui che credo che di fatto l'onere della prova si sposti sul lavoratore. Perché sarà lui a dover assumere - mi si passi l'esempio - psicologi, investigatori, ricercatori, per dimostrare la «manifesta insussistenza», ovvero un motivo talmente chiaro ed evidente da essere lampante. Credo debba in pratica dimostrare che si ricada nella discriminazione, o che l'antipatia da parte del datore di lavoro sia stata mascherata da una ragione economica. È praticamente impossibile. E sottolineo un ultimo punto: nel caso di «manifesta insussistenza», secondo il testo, il giudice «può» ordinare il reintegro, cioè esso non scatta automaticamente. In pratica, anche qualora si sia dimostrata questa già vaga fattispecie, il giudice potrà anche non disporre il reintegro. O perlomeno è quello che mi viene di pensare leggendo quel «può» nel testo.
A questo ossessivo richiamo per cui l’articolo 18 sarebbe l’ostacolo alla crescita, vorremmo dire che siamo per il lavoro e non per la servitù. E condizione perché ci sia lavoro e non servitù è la protezione del lavoratore dalla discriminazione e dall’ingiustizia. Abbiate il coraggio di dire che si può licenziare in modo discriminatorio così finalmente faremo una discussione vera e non finta.
Susanna Camusso
“Grandi esperienze di mobilità”.
Uno per decenni si batte per cercare di fare qualcosa per risolvere il problema delle migrazioni di massa…
Per lasciare la libertà di trasferirsi a centinaia di chilometri dal luogo in cui si è nati e cresciuti, a chi scelga di farlo e non a chi è costretto a farlo.
E poi scopri che, oggi, di fondo, il futuro che i tecnici preparano per noi è questo.
La migrazione perpetua, una grande esperienza di mobilità.
(Fonte: corriere.it)